giovedì 29 novembre 2012

A proposito di Fiat


Angeletti (Uil):
“Si a Fabbrica Italia, ma insieme alla Fiat devono crescere anche i salari”
di Giuseppe Sabella e Luigi Degan

Luigi Angeletti, Segretario Generale della Uil, intervistato da Tempi: “La Cgil è traumatizzata dalla globalizzazione. In Europa non sono i Governi a decidere le politiche economiche, la centralità dell Stato oggi è ideologia”.

Una lunga esperienza sindacale iniziata negli anni ’70. Nel luglio 1994, alla guida della Uilm, Angeletti realizza il primo rinnovo del contratto dei metalmeccanici senza una sola ora di sciopero. E’ stato tra i più attivi sostenitori della nascita del moderno stabilimento europeo dell'auto (FIAT di Melfi). Nel 1998 viene eletto Segretario Confederale UIL e, dal 13 giugno del 2000, ne è Segretario Generale. Luigi Angeletti è anche membro dell’Esecutivo della Confederazione Europea dei Sindacati (CES) e Consigliere del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro (CNEL).
Segretario Angeletti, il Sindacato da anni sta dando un contributo molto importante al processo di riforma del lavoro. Quali sono le difficoltà che lei ha incontrato alla guida della UIL?
Le difficoltà sono abbastanza oggettive, si tratta di produrre dei cambiamenti e questo impone di avere un’idea sufficientemente chiara della direzione verso cui questi cambiamenti spingono. E quindi avere anche la capacità di adeguare risposte diverse ai problemi che magari sono sempre gli stessi: come proteggere le persone e che tipo di regole nuove ci vogliono ai fini di conservare la missione del sindacato, che è quella di rappresentare le persone. Il problema vero è che bisogna farlo con metodologie diverse da quelle che sono state sperimentate in passato.
Quindi a volte le resistenze che si incontrano sono dettate dalle novità più che da un vero e proprio problema reale… si spiega così l’isolamento della Cgil?
E’ proprio così. La Cgil è traumatizzata dalla globalizzazione. Basta leggere e vedere ciò che dicono e si nota che percepiscono ogni cambiamento come negativo. Ora, non tutti i cambiamenti sono di per sé positivi, ma sicuramente l’ultima scelta che bisogna fare è quella di essere dei conservatori nel senso più classico del termine. Cosa fanno le persone conservatrici o le persone molto anziane? Parlano solo del passato, di come era. Tutto ciò che è nuovo è pericoloso, sbagliato, non va bene… Questo trauma della globalizzazione è anche il diverso ruolo dello Stato, la perdita della sovranità degli Stati su molti aspetti della vita economica e sociale, soprattutto in Europa per effetto del processo di Costituzione dell’Europa a partire dalla moneta unica. In un’organizzazione così timorosa dei cambiamenti, si aggiunga la perdita di centralità dello Stato nazionale a cui la Cgil era ideologicamente attaccata. L’unica cosa che conta, anche se spesso dicono delle cose che fanno sorridere, è che pensano che la politica economica del governo sia fondamentale. Ma in nessun paese europeo la politica economica è decisa dai governi, come è evidente dall’appartenenza all’Unione Europea. La richiesta di leggi, questa centralità politicamente assorbente dello Stato, è un po’ nella loro ideologia, che ovviamente oggi è quasi dannosa e produce un effetto di spaesamento. Non rierscono ad elaborare una teoria che non sia quella del danno temuto.
Quindi, non si tratta solamente di posizioni conservatrici, ma anche di grosse difficoltà di lettura dei cambiamenti…
Il punto è proprio questo: i lavoratori, come tutte le persone normali, si interrogano chiedendosi se i cambiamenti in atto sono positivi o negativi, utili o non utili, e su come è possibile reagire. Se coloro che si sono assunti il compito di dare delle risposte ed offrire delle soluzioni sono i primi ad essere impauriti, come si può pensare che i lavoratori possano essere aiutati a capire come vanno le cose? I gruppi dirigenti esistono per dare delle risposte, non per aumentare le domande e l’incertezza.
In merito alla legge delega sullo Statuto dei lavori, la cui bozza vi è stata inoltrata dal Ministro Sacconi, ci sembra innanzitutto importante il coinvolgimento del Sindacato nella stesura del disegno di legge. Ritiene che sia un passo in avanti verso la modernizzazione del sistema delle tutele per i lavoratori?
L’osservazione è molto significativa. Si tratta di un cambiamento di impostazione: lo Stato fa un passo indietro e cerca di coinvolgere la cosiddetta società civile, in questo caso – parlando di lavoro – le Parti Sociali, nella definizione di regole nuove. Che è esattamente ciò di cui c’è bisogno, di fare regole nuove e di non illudersi che ci siano degli illuminati che possiedono delle risposte. Le risposte nuove possono essere trovate solo attraverso il coinvolgimento delle persone che vivono questi problemi, come le Parti Sociali. Un tempo le regole sul mercato del lavoro veniveno decise dai Parlamenti. La conclusione è che queste risposte non possono essere date dallo Stato: il coinvolgimento delle Parti Sociali non è solo un’idea condivisibile, ma anche molto moderna, corrispondente ai nuovi assetti della Società.
In particolare la bozza si riferisce ai lavoratori dipendenti e ai collaboratori in regime di mono-committenza senza nulla dire circa i lavoratori autonomi che possono considerarsi, in alcuni ma significativi casi, anche più deboli. Cosa ne pensa?
Il problema della mono-committenza è molto semplice, l’anomalia dell’Italia è questa condizione. Siccome non si riesce più da molto tempo a costruire, a definire banalmente, delle nuove regole, è stata fatta un’operazione molto semplice: si è cercato di rendere labile e quasi impercettibile la differenza che c’è tra un lavoratore autonomo e un lavoratore dipendente. Il co.co.co. e le partite iva fasulle che cos’erano se non lavoro dipendente? Ad esempio, la cassiera di un supermercato non è un lavoratore autonomo, perché non decide come e quando lavorare e quanto guadagnare, caratteristiche tipiche del lavoro autonomo. Quindi, dettare delle regole che facciano questa distinzione, è uno degli aspetti che consideriamo da anni; sono stati fatti passi avanti facendo chiarezza nelle collaborazioni coordinate e continuative. Ma, appena questo è stato fatto, sono aumentate le partite iva. Il lavoratore dipendente non ha rischi d’impresa, non è sul mercato come un professionista. Quindi l’unica cosa vera è cercare di capire se una partita iva è vera o non vera, quali sono i caratteri che la contraddistinguono. Ad esempio, tra le partite iva ci sono professionisti che guadagnano 2 milioni di euro l’anno. Sono paragonabili alle partite iva che guadagnano 10 mila euro l’anno? A livello di tutele, perché dovremmo estendere la cassa integrazione a un professionista come Marchionne?
Ora che la contrattazione sta diventando sempre più aziendale e decentrata, qual è la politica sindacale che la UIL dovrebbe perseguire nel prossimo decennio? E come ritiene che sarà il rapporto con i diversi sindacati anche locali?
I sindacati locali devono piano piano perdere – i nostri lo faranno – caratteristiche e aspetti centralistici nel modo di organizzare le relazioni sindacali. Anzi, il sindacato nel suo complesso, tout court, dovrebbe farlo. Venti anni fa ciò aveva un senso, oggi non ne ha nessuno. E’ un problema di pigrizia mentale o di strutture di potere banali all’interno delle organizzazioni sindacali. L’articolazione territoriale o aziendale è un’utile necessità. E’ il modo che rientra nella nostra natura di italiani, non abbiamo una storia e una cultura di paese centralista, anche se poi lo siamo diventati in qualche ramo. Questo è un concetto che, almeno dentro la Uil, è stato perfettamente compreso e si procede senza drammi, perché è una cosa che abbiamo a lungo discusso, pensato, elaborato e dibattuto, da molti anni. E quindi oggi siamo nella condizione di applicare tutto come una buona pratica che abbiamo meditato e, per certi versi, voluto. Noi, a differenza di altri, da 10 anni chiediamo di cambiare il modello contrattuale rispetto a quello iper centralistico che avevamo prodotto all’inizio degli anni 90, allora necessario. E finalmente poi ci siamo riusciti, con un po’ di fatica. Non abbiamo subito nessuna riforma, l’abbiamo rivendicata per molto tempo.
Come ritiene che debba realizzarsi una maggior partecipazione dei lavoratori all’azienda?
In diversi modi, perché differenziata è la struttura del nostro sistema economico. Questa differenziazione è una banalità che tutti conoscono, anche voi giornalisti. E’ però paradossale che le risposte non tengano conto di un’analisi che si fa, che le medicine siano altre rispetto alla diagnosi che si fa. Poi bisogna valutare se questa differenziazione è cosa buona o non buona. Si può ritenere che la bontà stia nel diventare tutti uguali e fare grandi imprese, anche se abbiamo fatto il contrario per tanti anni e anche in presenza di un’avversione per la grande impresa nel patrimonio ideologico dell’Italia; nella grande impresa si può avere una co-gestione alla tedesca, se l’azienda è quotata in borsa addirittura la partecipazione azionaria.
Le grandi imprese però iin Italia sono poche, come ha ricordato lei. Nelle altre è possibile pensare ad una maggior partecipazione dei lavoratori?
Nella media impresa è evidente che la partecipazione azionaria è da escludere, anche da un punto di vista ideologico. Qui bisogna trovare quei sistemi che consentano ai lavoratori di conoscere quali sono le politiche dell’impresa per poter dire la loro opinione. Dire quali sono gli obbiettivi produttivi dell’impresa per condividerne quindi anche i risultati che ripartiscono in maniera più congrua i vantaggi che l’impresa ha quando ha successo. La cosa veramente importante è rompere quella frattura che c’è tra coloro che comandano e coloro che obbediscono, la divisione tra capitale e lavoro. Oggi questa non è più possibile: il lavoro è conoscenza e la conoscenza è fattore di produzione più importante del capitale. Quindi la divisione tra capitale e forza lavoro è, oltre che ideologica, superata da un punto di vista storico e pratico.
Un’ultima domanda: cosa ci dice a proposito di Mirafiori?
Abbiamo dato il nostro assenso al progetto Fabbrica Italia perché consente di mantenere dei posti di lavoro e la produzione di auto di un certo livello. Poi nell’ambito del contenuto degli accordi è necessario che, alle richieste della Fiat, segua la disponibilità ad un incremento dei salari dei lavoratori.

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