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giovedì 29 novembre 2012

A proposito di Fiat


Angeletti (Uil):
“Si a Fabbrica Italia, ma insieme alla Fiat devono crescere anche i salari”
di Giuseppe Sabella e Luigi Degan

Luigi Angeletti, Segretario Generale della Uil, intervistato da Tempi: “La Cgil è traumatizzata dalla globalizzazione. In Europa non sono i Governi a decidere le politiche economiche, la centralità dell Stato oggi è ideologia”.

Una lunga esperienza sindacale iniziata negli anni ’70. Nel luglio 1994, alla guida della Uilm, Angeletti realizza il primo rinnovo del contratto dei metalmeccanici senza una sola ora di sciopero. E’ stato tra i più attivi sostenitori della nascita del moderno stabilimento europeo dell'auto (FIAT di Melfi). Nel 1998 viene eletto Segretario Confederale UIL e, dal 13 giugno del 2000, ne è Segretario Generale. Luigi Angeletti è anche membro dell’Esecutivo della Confederazione Europea dei Sindacati (CES) e Consigliere del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro (CNEL).
Segretario Angeletti, il Sindacato da anni sta dando un contributo molto importante al processo di riforma del lavoro. Quali sono le difficoltà che lei ha incontrato alla guida della UIL?
Le difficoltà sono abbastanza oggettive, si tratta di produrre dei cambiamenti e questo impone di avere un’idea sufficientemente chiara della direzione verso cui questi cambiamenti spingono. E quindi avere anche la capacità di adeguare risposte diverse ai problemi che magari sono sempre gli stessi: come proteggere le persone e che tipo di regole nuove ci vogliono ai fini di conservare la missione del sindacato, che è quella di rappresentare le persone. Il problema vero è che bisogna farlo con metodologie diverse da quelle che sono state sperimentate in passato.
Quindi a volte le resistenze che si incontrano sono dettate dalle novità più che da un vero e proprio problema reale… si spiega così l’isolamento della Cgil?
E’ proprio così. La Cgil è traumatizzata dalla globalizzazione. Basta leggere e vedere ciò che dicono e si nota che percepiscono ogni cambiamento come negativo. Ora, non tutti i cambiamenti sono di per sé positivi, ma sicuramente l’ultima scelta che bisogna fare è quella di essere dei conservatori nel senso più classico del termine. Cosa fanno le persone conservatrici o le persone molto anziane? Parlano solo del passato, di come era. Tutto ciò che è nuovo è pericoloso, sbagliato, non va bene… Questo trauma della globalizzazione è anche il diverso ruolo dello Stato, la perdita della sovranità degli Stati su molti aspetti della vita economica e sociale, soprattutto in Europa per effetto del processo di Costituzione dell’Europa a partire dalla moneta unica. In un’organizzazione così timorosa dei cambiamenti, si aggiunga la perdita di centralità dello Stato nazionale a cui la Cgil era ideologicamente attaccata. L’unica cosa che conta, anche se spesso dicono delle cose che fanno sorridere, è che pensano che la politica economica del governo sia fondamentale. Ma in nessun paese europeo la politica economica è decisa dai governi, come è evidente dall’appartenenza all’Unione Europea. La richiesta di leggi, questa centralità politicamente assorbente dello Stato, è un po’ nella loro ideologia, che ovviamente oggi è quasi dannosa e produce un effetto di spaesamento. Non rierscono ad elaborare una teoria che non sia quella del danno temuto.
Quindi, non si tratta solamente di posizioni conservatrici, ma anche di grosse difficoltà di lettura dei cambiamenti…
Il punto è proprio questo: i lavoratori, come tutte le persone normali, si interrogano chiedendosi se i cambiamenti in atto sono positivi o negativi, utili o non utili, e su come è possibile reagire. Se coloro che si sono assunti il compito di dare delle risposte ed offrire delle soluzioni sono i primi ad essere impauriti, come si può pensare che i lavoratori possano essere aiutati a capire come vanno le cose? I gruppi dirigenti esistono per dare delle risposte, non per aumentare le domande e l’incertezza.
In merito alla legge delega sullo Statuto dei lavori, la cui bozza vi è stata inoltrata dal Ministro Sacconi, ci sembra innanzitutto importante il coinvolgimento del Sindacato nella stesura del disegno di legge. Ritiene che sia un passo in avanti verso la modernizzazione del sistema delle tutele per i lavoratori?
L’osservazione è molto significativa. Si tratta di un cambiamento di impostazione: lo Stato fa un passo indietro e cerca di coinvolgere la cosiddetta società civile, in questo caso – parlando di lavoro – le Parti Sociali, nella definizione di regole nuove. Che è esattamente ciò di cui c’è bisogno, di fare regole nuove e di non illudersi che ci siano degli illuminati che possiedono delle risposte. Le risposte nuove possono essere trovate solo attraverso il coinvolgimento delle persone che vivono questi problemi, come le Parti Sociali. Un tempo le regole sul mercato del lavoro veniveno decise dai Parlamenti. La conclusione è che queste risposte non possono essere date dallo Stato: il coinvolgimento delle Parti Sociali non è solo un’idea condivisibile, ma anche molto moderna, corrispondente ai nuovi assetti della Società.
In particolare la bozza si riferisce ai lavoratori dipendenti e ai collaboratori in regime di mono-committenza senza nulla dire circa i lavoratori autonomi che possono considerarsi, in alcuni ma significativi casi, anche più deboli. Cosa ne pensa?
Il problema della mono-committenza è molto semplice, l’anomalia dell’Italia è questa condizione. Siccome non si riesce più da molto tempo a costruire, a definire banalmente, delle nuove regole, è stata fatta un’operazione molto semplice: si è cercato di rendere labile e quasi impercettibile la differenza che c’è tra un lavoratore autonomo e un lavoratore dipendente. Il co.co.co. e le partite iva fasulle che cos’erano se non lavoro dipendente? Ad esempio, la cassiera di un supermercato non è un lavoratore autonomo, perché non decide come e quando lavorare e quanto guadagnare, caratteristiche tipiche del lavoro autonomo. Quindi, dettare delle regole che facciano questa distinzione, è uno degli aspetti che consideriamo da anni; sono stati fatti passi avanti facendo chiarezza nelle collaborazioni coordinate e continuative. Ma, appena questo è stato fatto, sono aumentate le partite iva. Il lavoratore dipendente non ha rischi d’impresa, non è sul mercato come un professionista. Quindi l’unica cosa vera è cercare di capire se una partita iva è vera o non vera, quali sono i caratteri che la contraddistinguono. Ad esempio, tra le partite iva ci sono professionisti che guadagnano 2 milioni di euro l’anno. Sono paragonabili alle partite iva che guadagnano 10 mila euro l’anno? A livello di tutele, perché dovremmo estendere la cassa integrazione a un professionista come Marchionne?
Ora che la contrattazione sta diventando sempre più aziendale e decentrata, qual è la politica sindacale che la UIL dovrebbe perseguire nel prossimo decennio? E come ritiene che sarà il rapporto con i diversi sindacati anche locali?
I sindacati locali devono piano piano perdere – i nostri lo faranno – caratteristiche e aspetti centralistici nel modo di organizzare le relazioni sindacali. Anzi, il sindacato nel suo complesso, tout court, dovrebbe farlo. Venti anni fa ciò aveva un senso, oggi non ne ha nessuno. E’ un problema di pigrizia mentale o di strutture di potere banali all’interno delle organizzazioni sindacali. L’articolazione territoriale o aziendale è un’utile necessità. E’ il modo che rientra nella nostra natura di italiani, non abbiamo una storia e una cultura di paese centralista, anche se poi lo siamo diventati in qualche ramo. Questo è un concetto che, almeno dentro la Uil, è stato perfettamente compreso e si procede senza drammi, perché è una cosa che abbiamo a lungo discusso, pensato, elaborato e dibattuto, da molti anni. E quindi oggi siamo nella condizione di applicare tutto come una buona pratica che abbiamo meditato e, per certi versi, voluto. Noi, a differenza di altri, da 10 anni chiediamo di cambiare il modello contrattuale rispetto a quello iper centralistico che avevamo prodotto all’inizio degli anni 90, allora necessario. E finalmente poi ci siamo riusciti, con un po’ di fatica. Non abbiamo subito nessuna riforma, l’abbiamo rivendicata per molto tempo.
Come ritiene che debba realizzarsi una maggior partecipazione dei lavoratori all’azienda?
In diversi modi, perché differenziata è la struttura del nostro sistema economico. Questa differenziazione è una banalità che tutti conoscono, anche voi giornalisti. E’ però paradossale che le risposte non tengano conto di un’analisi che si fa, che le medicine siano altre rispetto alla diagnosi che si fa. Poi bisogna valutare se questa differenziazione è cosa buona o non buona. Si può ritenere che la bontà stia nel diventare tutti uguali e fare grandi imprese, anche se abbiamo fatto il contrario per tanti anni e anche in presenza di un’avversione per la grande impresa nel patrimonio ideologico dell’Italia; nella grande impresa si può avere una co-gestione alla tedesca, se l’azienda è quotata in borsa addirittura la partecipazione azionaria.
Le grandi imprese però iin Italia sono poche, come ha ricordato lei. Nelle altre è possibile pensare ad una maggior partecipazione dei lavoratori?
Nella media impresa è evidente che la partecipazione azionaria è da escludere, anche da un punto di vista ideologico. Qui bisogna trovare quei sistemi che consentano ai lavoratori di conoscere quali sono le politiche dell’impresa per poter dire la loro opinione. Dire quali sono gli obbiettivi produttivi dell’impresa per condividerne quindi anche i risultati che ripartiscono in maniera più congrua i vantaggi che l’impresa ha quando ha successo. La cosa veramente importante è rompere quella frattura che c’è tra coloro che comandano e coloro che obbediscono, la divisione tra capitale e lavoro. Oggi questa non è più possibile: il lavoro è conoscenza e la conoscenza è fattore di produzione più importante del capitale. Quindi la divisione tra capitale e forza lavoro è, oltre che ideologica, superata da un punto di vista storico e pratico.
Un’ultima domanda: cosa ci dice a proposito di Mirafiori?
Abbiamo dato il nostro assenso al progetto Fabbrica Italia perché consente di mantenere dei posti di lavoro e la produzione di auto di un certo livello. Poi nell’ambito del contenuto degli accordi è necessario che, alle richieste della Fiat, segua la disponibilità ad un incremento dei salari dei lavoratori.

venerdì 23 novembre 2012

Verso le primarie del Pd


“Le resistenze al riformismo non solo dalla CGIL,
ma anche dal ceto legale che beneficia del conflitto di lavoro”
di Luigi Degan e Giuseppe Sabella
27 ottobre 2010
Parla Michele Tiraboschi, docente di Diritto del Lavoro e Consulente del Titolare del Welfare, Maurizio Sacconi. Allievo del Prof. Marco Biagi, ne ha condiviso sin dal principio l’impianto di Modernizzazione e Riforma del Lavoro. Dal 2002, anno in cui il Prof. Biagi fu assassinato dalle BR, lo sta portando avanti a fianco del Ministro Sacconi

Buongiorno Professor Tiraboschi, il provvedimento legislativo ha avuto un iter molto lungo e travagliato. Le ragioni sono tecnico-giuridiche o di altra natura?
E’ da un decennio almeno che si parla di riforma della giustizia del lavoro e anche nella passata legislatura sono stati discussi in Parlamento disegni di legge che poi non hanno avuto un esito positivo data la complessità e delicatezza della materia. Il testo approvato è del resto quello presentato dal Ministro Sacconi già nel 2007. Due anni di dibattito parlamentare hanno semmai sovraccaricato il testo di legge che è più che raddoppiato come precetti estendendosi ora ben oltre il tema, pure centrale, della giustizia in ambito lavoristico.
Quali sono le forze che resistono maggiormente a questo corso riformista?
Sarebbe scontato dire la Cgil e il sindacato conflittuale. In realtà sono vari i soggetti che beneficiano di questo numero esorbitante di conflitti di lavoro, oltre un 1.200.000 cause pendenti! Non da ultimo il ceto legale, avvocati e anche docenti universitari che fanno della complessità della materia del lavoro e del formalismo giuridico una fonte di business.
Ritiene che – nonostante questa resistenza – le norme contenute potranno trovare una concreta applicazione o c’è il rischio che alcune disposizioni non divengano effettive? In questo caso come si potrebbe porvi rimedio?
Il passaggio dal progetto alla legge e dalla legge alla sua attuazione è sempre frutto di una sorta di alchimia. Difficile prevedere i tempi di effettiva attuazione. Basti dire che la precedente grande riforma del lavoro è applicata solo a metà e molte norme – da ultimo la borsa nazionale del lavoro e l'apprendistato per il diritto dovere di istruzione e formazione – sono state attuate nei giorni scorsi! Certamente la parte più delicata riguarda l'arbitrato ma la materia è stata già oggetto di un avviso comune tra tutte le parti sociali, eccetto la Cgil, per cui i tempi di attuazione non dovrebbero essere lunghi.
Il provvedimento appena approvato può essere considerato come uno degli atti concreti del disegno riformatore del mercato del lavoro, del diritto del lavoro e delle relazioni industriali studiato e progettato da Marco Biagi? Lei che sta portando avanti questo lavoro, al quale ha partecipato dal principio quale suo allievo prediletto, cosa ritiene che potrebbe pensarne oggi il Prof. Biagi?
A marzo di quest'anno, nell'ottavo anniversario della sua uccisione, Il Sole 24 Ore ha ripubblicato un articolo del Professor Biagi dall'emblematico titolo “L'arbitrato europeo che sognava Marco Biagi”. L'arbitrato era parte integrante del progetto di riforma e dell'iniziale disegno di legge da cui è poi scaturita la legge Biagi. L'approvazione di questa legge è un modo concreto – anche se minimo – per dare almeno un significato al sacrificio del Professore.

lunedì 19 novembre 2012

La Cgil si chiama fuori dal patto per la produttività

(TMNews) - Sulla produttività "il testo che le controparti hanno sottoposto al giudizio e alla firma delle organizzazioni sindacali dal titolo 'Linee programmatiche per la crescita della produttività e della competitività in Italia' contiene elementi non condivisibili". E' quanto si legge in una lettera inviata dal leader della Cgil, Susanna Camusso, a tutte le strutture del sindacato di Corso Italia. Camusso chiede di proseguire il confronto sulla produttività.

"La Cgil - si legge nel testo della lettera che TMnews è in grado di anticipare - considera non esaurito il confronto, in particolare sul salario, sulla democrazia e sulle normative contrattuali. Il lungo confronto ha determinato, rispetto alle prime stesure, e grazie alla determinazione della Cgil, anche elementi d'avanzamento nella difesa della condizione delle persone e, proprio per questo, il negoziato merita la prosecuzione".

Il giudizio della Cgil, dunque, "resta negativo su alcune parti sostanziali del testo proposto, ritenendo che la scelta del governo e delle controparti di considerare le condizioni di lavoro l'unica variabile della produttività su cui agire, ha fin dall'inizio segnato negativamente il negoziato, rendendo così la produttività da scelta strategica per lo sviluppo del paese a riduzione del reddito dei lavoratori e delle lavoratrici".

mercoledì 14 novembre 2012

Rivoluzione condivisa: dai Lavoratori ai Lavori, lo Statuto alle Parti Sociali




di Giuseppe Sabella e Luigi Degan


Il 9 novembre il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ha inviato alle parti sociali la bozza del disegno di legge delega al governo sullo Statuto dei lavori. Lo stesso giorno, intervenendo all’Università di Torino, ha spiegato che aveva promesso di presentare il ddl solo dopo una preventiva consultazione con i sindacati sui fondamenti e sui contenuti, puntando a ottenere un Avviso comune. E rivolgendosi «a quell’Italia ideologizzata che non è poca», ha aggiunto che «lo Statuto dei lavori, che era il sogno di Marco Biagi, dimostra che i valori non cambiano, cambiano i tempi».
Il ddl delega si propone soprattutto di identificare un nucleo di diritti universali di rilevanza costituzionale e coerenti con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, applicabili a tutti i rapporti di lavoro dipendente e alle collaborazioni a progetto in regime di sostanziale mono-committenza. L’idea di Sacconi è far rivivere lo Statuto dei lavoratori, la legge 300 del 1970, in una realtà diversa. Una parte dello Statuto, quella attinente ai diritti fondamentali della persona e del lavoro, resterà ferma come norma inderogabile di legge; un’altra parte, attraverso la contrattazione collettiva, potrà aggiornare, modulare ed estendere le altre forme di tutela sociale adeguandole alle diverse realtà, anche territoriali, del mondo del lavoro.
Il vecchio Statuto, che quarant’anni fa il riformismo italiano visse come una grande conquista, appartiene all’economia fordista, all’Italia della grande fabbrica, che continua a esistere solo nelle idee di chi non accetta il cambiamento della realtà. Oggi i lavori sono tanti e diversi, e l’intenzione di Sacconi (condivisa dalle realtà sindacali che da tempo collaborano al processo di riforma del lavoro) è di proteggere tutti i lavoratori, a prescindere dal fatto che siano dipendenti o no, e coloro che non sono ancora entrati nel mercato del lavoro o ne sono stati espulsi o sono in procinto di uscirne.
«La proposta del ministro è interessante perché parte col piede giusto: prima ancora di presentare al Consiglio dei ministri e al Parlamento un ddl si rivolge alle parti sociali, alle quali chiede nella loro autonomia di realizzare un Avviso comune, impegnandosi a recepirne i contenuti in un provvedimento legislativo», dice a Tempi Giorgio Santini, segretario confederale della Cisl. «Nel delicato equilibrio tra legislazione e contrattazione, la scelta del ministro rappresenta indubbiamente una grande opportunità per le parti sociali per far valere, attraverso il libero confronto e la condivisione, il ruolo della negoziazione collettiva come strumento che meglio rappresenta e traduce in normative le esigenze e gli obiettivi del mondo del lavoro e dell’impresa».
Nel 1996 fu Marco Biagi, all’epoca consulente di Tiziano Treu, ministro del Lavoro del governo Prodi, a proporre una riforma dello Statuto dei lavoratori, che include il noto ed emblematico articolo 18. Tale articolo riguarda solo le conseguenze in caso di licenziamento illegittimo: reintegrazione se l’azienda ha più di 15 dipendenti, altrimenti indennità economica. Quindi la revisione di tale norma non porterebbe – come invece afferma la Cgil – alla libertà di licenziare, ma inciderebbe solo sulle conseguenze del licenziamento illegittimo. E in Parlamento giace un progetto di legge presentato dal senatore democratico Pietro Ichino che prevede di sostituire la conseguenza della reintegrazione con una indennità economica che arriva anche oltre venti mensilità di retribuzione. Con la proposta di Sacconi, comunque, l’articolo 18 non c’entra nulla. Non a caso in questo frangente anche Cisl e Uil si dicono pronte a difendere i diritti dei lavoratori qualora alla Cgil e ai sindacati conlittuali venisse voglia di sollevare un altro fuorviante polverone in merito.
Il giuslavorista assassinato dalle Br voleva varare una rimodulazione delle tutele previste dalla legge 300, ampliando quelle ora inesistenti a favore del lavoro flessibile e attenuando quelle del lavoro dipendente. Ma il Parlamento a maggioranza di centrosinistra fermò la proposta. Fu in seguito Roberto Maroni, ministro del Welfare nei governi Berlusconi dal 2001 al 2006, a rilanciare l’idea dello Statuto dei lavori: prima con il Libro Bianco (ottobre 2001), poi, dopo la morte del professore, affidando il compito di predisporre una proposta di modifica dello Statuto dei lavoratori a una commissione presieduta da Michele Tiraboschi, allievo di Marco Biagi e oggi protagonista del processo di riforma del lavoro. Ma anche i buoni propositi di Maroni sono rimasti tali.
«Certamente il tema della ridefinizione delle tutele per molti lavoratori non è rinviabile», osserva Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil. «Da circa 15 anni si è proceduto a profonde innovazioni legislative (e non solo) per cercare di trovare un equlibrio tra la necessaria flessibilità e le condizioni di lavoro. Non sempre, bisogna sottolinearlo, questo obiettivo è stato raggiunto. Ad avviso della Uil si dovrà operare per valorizzare la buona flessibilità e contrastare gli abusi di alcune forme di lavoro (tirocini e collaborazioni improprie). Partendo da questo si deve costruire un sistema di regole e tutele che accompagnino lavoratori e imprese verso quella necessaria flessibilità che è ormai parte integrante dell’attuale sistema economico produttivo. Se lo Statuto dei lavori risponderà a questi obiettivi dipende, soprattutto, dalla capacità delle parti sociali di costruire proposte condivise».
Il 10 marzo del 2002, pochi giorni prima del suo assassinio, così scrisse il Professor Biagi: «Lo “Statuto dei lavori” dovrebbe finalmente dare all’Italia nuove tecniche per regolare tutti i tipi di lavori, anche quelli più atipici, rivedendo vecchie norme non più in sintonia con la moderna organizzazione del lavoro e prevedendone delle nuove capaci di governare i mestieri emergenti nella società basata sulla conoscenza. (…) Solo alla fine, quando lo “Statuto dei lavori” sarà stato scritto, solo allora sapremo chi ha vinto e chi ha perso in questo confronto acceso fra governo e parti sociali. Speriamo che vinca soprattutto un’alleanza fra istituzioni e attori sociali che punti alla modernizzazione. Altrimenti sarebbe una sconfitta per tutti».

Le novità introdotte dal Collegato Lavoro rafforzano gli strumenti extragiudiziali di risoluzione delle controversie di lavoro senza precludere un percorso giudiziario che rimane pienamente disponibile e il mantenimento della gratuità delle spese di giustizia è stato richiesto ed ottenuto dalla Cisl proprio per non precludere ad alcuno l’accesso alla via giudiziaria.
Questi sono i tratti per noi salienti del provvedimento: la scelta tra i due canali è volontaria, in capo responsabilmente ad ogni lavoratore, ma la contrattazione collettiva diventa sempre più lo strumento di regolazione della conciliazione e dell’arbitrato proprio come la Cisl ha sostenuto da sempre nella propria ormai sessantennale storia sindacale.

La nuova legge sul Lavoro si pone in una prospettiva di riformismo che ha avviato un chiaro processo di rinnovamento culturale nella società. Cisl lo condivide?
In questo percorso la Cisl ha rifiutato di piegarsi alla logica dei radicalismi, tra l’indifendibile intoccabilità di un diritto del lavoro immobile e totalmente inderogabile e la de-regolazione esplicita e diffusa con il rischio di effetti lesivi dei diritti dei lavoratori, in piena coerenza con la propria storia sindacale.
Abbiamo guardato al merito e alla sostanza del problema e conseguentemente formulato puntuali e rigorose richieste di modifica all’impianto originario del Disegno di Legge, ottenendo significativi risultati che sono stati ottenuti anche in seguito all’Avviso Comune tra le parti sociali (con l’autoesclusione della Cgil) dello scorso 11 marzo e al recepimento delle osservazioni al provvedimento da parte del Presidente della Repubblica.
Abbiamo affermato che il rafforzamento di conciliazione e arbitrato così come l’utilizzo responsabile di uno strumento come la certificazione dei contratti di lavoro siano tutte sfide importanti per un sindacato moderno. Dobbiamo ora fare un passo in più e utilizzare con maggiore forza lo strumento degli enti bilaterali per governare, insieme alle parti datoriali e nel rispetto delle differenze di ruolo e rappresentanza, molti ambiti del mercato del lavoro siano queste le politiche attive del lavoro, la salute e sicurezza, l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, le controversie individuali.

La resistenza che tale "nuovo corso" incontra, è fondata sulla paura del cambiamento e sull’istinto di conservazione o ha anche altre ragioni?
In una fase storico-sociale di grandi trasformazioni occorre essere coraggiosi nelle scelte di cambiamento. E’ la strada che abbiamo imboccato, insieme alla Uil e a tutte le organizzazioni di rappresentanza, con l’esclusione, purtroppo della Cgil, pur sapendo che i mutamenti culturali e organizzativi non sono facili da attuare.
Le scelte di mutamento, per essere efficaci, devono infatti necessariamente ispirarsi ai valori di fondo dei fondatori della Cisl, quali l’autonomia, il pluralismo, la solidarietà, essere dinamiche nella loro attuazione basandosi sulla condivisione da parte dei dirigenti, degli operatori e dei lavoratori iscritti e contemporaneamente dare espressione alle speranze e ai desideri delle persone ed essere strumento per il raggiungimento degli obiettivi di tutela e promozione sociale del mondo del lavoro..
La resistenza cieca di quanti, in occasione ad esempio del Collegato Lavoro, ma non solo, si sono contrapposti alle proposte di riforma è controproducente sotto tre profili: non permette di entrare nel merito delle questioni, si piega a palesi condizionamenti politici e preclude la ripresa di un dialogo tra le organizzazioni sindacali.
Gli episodi di violenza nei confronti delle nostre sedi e, soprattutto dei nostri militanti, a partire dalla base, sono un segno di imbarbarimento non solo dei contenuti, ma soprattutto delle forme di confronto.
Quando non si hanno argomenti sufficienti, si passa alle uova e agli insulti.


(Intervista pubblicata sul sito web di Tempiwww.tempi.it – 28 ottobre 2010)